Pizzo d’Uccello per la via normale

Eravamo in vacanza in Liguria, con la tenda piazzata in un pessimo campeggio della Riviera di Levante, in quel di Bogliasco, per essere vicini a Genova e poterla visitare usando i mezzi pubblici. Nulla era nemmeno decente in quel camping anni sessanta, ma per due notti si poteva anche resistere, ci dicemmo.

Le coperture dei bagni erano spudoratamente in Eternit, niente sembrava curato con tocco femminile e nessuna superficie pareva pulita sul serio. Poco fuori i bagni si trovava la piazzola in cui stazionava un chiacchierone, che se non tartassava le balle a qualcuno con le sue opinioni su tutto, stava attaccato alla TV a guardare Giallo (il canale Mediaset che trasmette polizieschi a ciclo continuo), in campeggio, la TV in campeggio, robe da matti.
Quanta pioggia ci arrivò sulla testa la seconda notte! C’era l’allerta 2, che là vuol dire una roba seria. Ci rifugiammo nel famoso acquario per sfuggire al rischio di bagnarci i piedi e dover poi sguazzare nei calzini bagnati sino a tarda notte. Cenammo in un locale tipico, popolare, a base di pesce, spendendo in due forse 25 euro, e alle 23 prendemmo l’ultimo treno, sotto una pioggia a secchiate. Il camping era buoni 70 m di dislivello più in alto rispetto alla stazione, all’altro capo di una stretta stradina pedonale tra le case, ripidissima.
Buio pesto, rombo di tuoni, muro d’acqua davanti la faccia, e noi là, sotto gli ombrelli, dentro le giacche tecniche alle soglie della mezzanotte, ancora non si sa come con i piedi asciutti.
Attraversammo il ponte sulla statale e guardammo in su, puntando all’imbocco della stradina pedonale: ci scorreva un torrente!
“Eh no, io su di là non ci salgo!”, disse subito Ilaria, e parve proprio inamovibile. Poi ci ragionammo su e valutai che l’unico problema poteva risiedere nell’inondarci le scarpe d’acqua. Con una certa dose di coraggio ci incamminammo dentro il flusso, sempre più in alto, alla fioca luce dei lampioni, stretti sotto gli ombrelli. Io controllavo eventuali linee di fuga laterali e scrutavo in su, in allerta. Alfine fummo al campeggio, sotto un’ira di dio di tuoni e pioggia, rimbambiti dal casino e dall’acqua, stanchi morti di sonno. Ovviamente temevo di trovare la tenda scoperchiata o sommersa, invece se ne stava tranquilla dentro una pozzanghera, internamente asciutta anche se muoventesi a destra e a sinistra come una foglia scossa. Non restava che mettersi a fare gli ingegneri idraulici, per evitare che l’acqua prima o poi penetrasse in quella Quechua da 60 euro, che già avevo benedetto in molte lingue e col rispetto di diverse religioni. Come poteva essere così resistente alla pioggia e al vento, in quella situazione limite? Costava solo 60 euro!

Ilaria andò a farsi una doccia notturna e io scavai un reticolo di canalette di scolo, per drenare ciò che il cielo versava con violenza sempre crescente. Portai per sicurezza anche tutti i bagagli nell’auto, per evitare che si bagnassero magari alle tre del mattino.

Trascorse la notte, invero agitata, col rischio che un ramo ci cadesse in testa o che la tenda si strappasse, che la canaletta si ingolfasse di fango e smettesse di drenare. Insomma, al mattino ne uscimmo e ci dicemmo, “ora non resta che rimetterci in sesto e poi farci una colazione doppia”. L’allerta 2 era alle spalle e ora sapevamo che cosa diamine significasse.

Dopo un trail running lungo i sentieri delle Cinque Terre rincorsi dalle maledizioni in inglese e francese dei turisti che superavamo in bomba, arrivammo con le gambe dolenti in Lunigiana, nel Parco delle Apuane, che fin da piccolo desideravo visitare.

Salita del Pizzo d’Uccello (1781 m) per la via normale

Delle Apuane sapevo in effetti poco, ma tre cose le avevo chiare: che là si cava il marmo, che il nome “Apuane” è per me evocativo da sempre e che la cima più bella si chiama Pizzo d’Uccello. Volevo assaggiare il territorio salendola, essendo la bellezza della vetta sempre fonte d’ispirazione, motivo per dire “si va”. E quel monte, cacchio, era aguzzo, piramidale, perfetto, roba di pregio: la parete nord una muraglia, la via normale per nulla difficile, solo qualche passo di primo grado superiore.

Portai una mezza corda da 25 m, giusto perchè non volevo stare in ansia per Ilaria e godermi la salita. Le misi il mio casco rosso in testa, con sopra la sacra firma del Mago, e l’assicurai nell’unico tratto esposto e lungo tre brevi tratti della discesa. In questo modo lei poté assaggiare la progressione in cordata ed io evitare quell’irrazionale paura che sempre mi prende se immagino che possa accaderle qualcosa.

Dopo due ore e mezza ci ritrovammo in vetta, da soli, dentro un vento che spingeva forte! Ma c’era il sole, un bel sole che trasmetteva felicità. Poi la giornata era magnifica, solo qualche nube a segnare il cielo e a punteggiare di macchie un panorama straordinario, giù fino al mare della Versilia. Ci stringemmo forte, contenti d’esser arrivati sulla vetta di quel monte perfetto che ci stava regalando una giornata di soddisfazioni alpinistiche, peraltro senza chiedere eccessiva fatica.

Vi consiglio la salita, davvero, la montagna è uno spettacolo!

Relazione della via normale al Pizzo d’Uccello, Alpi Apuane

Dall’autostrada A15 si prende l’uscita Aulla, si guida in direzione est verso Fivizzano ma prima di arrivarci si abbandona la strada principale per andare verso Minucciano, in alto rispetto alla valle. La pavimentazione è malridotta e le curve tante. Da qui si sale ancora un tratto e si seguono le indicazioni per il Rifugio Donegani (1150 m), presso il quale si parcheggia. Qui parte il sentiero per la Foce di Giovo (segnavia 37), che presto si re-immette sulla sterrata per la cava soprastante, alla quale si arriva dopo alcune centinaia di metri. Parte a destra nuovamente il sentiero (indicazioni), che risale il pendio passando per un caseggiato ed entrando poi nel bosco. Dopo un po’ si incontra a destra una deviazione che permette di by-passare la Foce di Giovo ma che consiglio di percorrere in discesa. Una volta alla Foce di Giovo (molto bello; ore 1; 1500 m circa, cartelli), si prende il sentiero a destra (segnavia 181), che con ampi panorami porta verso la nostra cima, più o meno in piano, aggirando dei risalti. Ad un certo punto, una traccia ben segnalata si stacca dal sentiero principale (che invece prosegue verso nord aggirando il pizzo d’Uccello a destra) e qui inizia la via normale vera e propria. Dopo un pendio di detriti e rocce, si supera un breve camino (I grado), poi un secondo (I+), quindi un pendio di roccette. Un successivo passaggio è un tantino esposto (I) ma è meno orrido nel momento in cui lo si affronta, rispetto a quando lo si guarda di lontano. Più oltre va superato ancora un pendio di roccette e per brevi cengette si arriva sulla cresta. Un intaglio va aggirato a sinistra o, con maggiori difficoltà (I), direttamente, quindi si rimonta sulla cupola finale e si è in vetta (ore 2-2.30 dal rifugio).

Sul libro di vetta troverete un mio schizzo fatto a penna delle molte cime poste più a sud. Sulle Alpi Apuane torneremo sicuramente.


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